XII Giornate FAI di Autunno– 14 e 15 ottobre 2023
Quest’anno per la prima volta noi studenti del Liceo Galilei abbiamo partecipato alle giornate FAI d’Autunno accompagnando i visitatori a Como in due bellissimi palazzi storici: Palazzo Odescalchi e Palazzo Lambertenghi.
Palazzo Odescalchi noto anche come Palazzo Odescalchi Pedraglio, si trova tra le attuali via Rodari e piazza Roma nell'angolo nord-est della città murata a pochi passi da altri illustri edifici comaschi quali il Duomo, la chiesa di S. Giacomo, la chiesa di San Provino, il Teatro Sociale e Palazzo Valli-Bruni.
Abbiamo raccontato inizialmente il singolare contesto urbanistico dell'edificio, per poi salire al primo piano nelle sale dei ricevimenti, in quella detta del Mosè e quella dei Putti, tutte arricchite da soffitti a cassettoni intagliati e dipinti e decorate da pregevoli affreschi di epoca barocca.
Sorto a metà cinquecento per iniziativa di Tommaso Odescalchi sui precedenti resti medievali dell'antico porto, Palazzo Odescalchi ha subito nel tempo molti ampliamenti, interventi decorativi e stravolgimenti. Frazionato in seguito a vari passaggi di proprietà, l'edificio è stato riportato all'originario splendore dai restauri effettuati tra il 2008 e il 2013.
All'esterno è possibile riconoscere I caratteri distintivi dell'architettura cinquecentesca: il bugnato, il massiccio portale in ghiandone e le finestre sormontate da timpani triangolari e curvilinei alternati.
Fin dall’epoca tardo romana la zona limitrofa al palazzo era caratterizzata dall'insediamento di strutture specialistiche: il teatro, grandi edifici circondati da portici, strutture portuali e forse cantieri navali.
In epoca medioevale l'attuale piazza Roma si distinse come luogo di mercato e di interscambio per tutte le attività commerciali e imprenditoriali legate alla presenza sul lago di porti, darsene e approdi. I piani terreni delle case venivano quindi utilizzati come fondachi con ampie aperture ad arco sugli spazi pubblici ancora visibili.
All'importanza per traffici e commerci subentrò prepotentemente nel 1335 quella strategico-militare quando, approfittando delle lotte fra le famiglie nobili della città, Azzone Visconti ricevette il possesso della città e instaurò un governo signorile a Como; il palazzo sorge proprio dove Azzone Visconti fece edificare un quartiere fortificato, chiamato Cittadella viscontea, che inglobava tutti gli edifici presenti nei dintorni.
L’edificio è frutto di un intervento cinquecentesco voluto da Tommaso Odescalchi che, che tra il 1537 e il 1545 ha acquistato alcuni terreni limitrofi alla chiesa di S. Giacomo per realizzare la sua nuova residenza.
L'immobile di proprietà di Tommaso Odescalchi comprendeva in origine più edifici fino a tutto l’isolato, all’interno della corte, è possibile scorgere il loggiato, che in origine era aperto, alcuni resti delle murature originali e i soffitti a passa sotto lombardi, realizzati in legno, dipinti con motivi naturalistici.
Abbiamo poi percorso lo scalone principale che conduce al piano nobile raccontando la storia degli Odescalchi, una prestigiosa e celebre famiglia comasca che vantava grande influenza a Como già nel X secolo. Sul soffitto dello scalone è presente una decorazione a stucco con i simboli degli Odescalchi e del principale esponente della famiglia: Papa Innocenzo XI nato nel 1611: l’aquila che stringe tra gli artigli una tiara papale con le chiavi di San Pietro e il leone.
Il gruppo familiare degli Odescalchi di Como, dopo il 1570 si suddivise in due rami: quello detto “dei Papi”, che si istallò nell'attuale via Volta, e quello degli Odescalchi marchesi di Fino Mornasco con il già citato Tommaso Odescalchi, che abitavano già dal 1545 in questo palazzo.
Nel 1614, Plinio Odescalchi compra un'ulteriore porzione di casa, e gli immobili resteranno di proprietà degli Odescalchi fino al 1798 quando furono venduti ad Antonio Salvione, fabbricante di sapone.
L’immobile subisce dal 1800 in poi numerosi cambi di proprietà, fino ad essere oggi gestito dall’agenzia di eventi culturali “Il Medeghino” / “Lake Como DMC”.
Nel piano nobile abbiamo visitato la sala di ricevimento dove sono conservate buona parte degli interventi tardo cinquecenteschi: il pavimento originale in cotto lombardo, il soffitto a cassettoni decorato con foglie di quercia e pigne, gli infissi di legno delle porte e, lungo le pareti la presenza di alcuni ganci, che servivano per appendere grandi tendaggi.
La parte più interessante è il fregio pittorico realizzato tra il 1622 e il 1634 attribuito alla bottega di Giovan Battista e Giovan Paolo Recchi. I fratelli Recchi possedevano una bottega molto prolifica nei pressi di Borgovico, e furono attivi almeno fino al 1680 nelle zone del comasco e della Valtellina dove lasciarono numerosissime opere spesso eseguite in collaborazione.
I riquadri prospettici dipinti sul fregio, rappresentano con effetti di illusionismo prospettico, forte dinamismo e contrasti chiaroscurali tipicamente barocchi, alcune membri di famiglie collegate agli Odescalchi per motivazioni religiose, oppure militari. Ad esempio, Ippolito Odescalchi (discendente di Tommaso Odescalchi) è stato un importante uomo d’armi che riportò una serie di conquiste militari nelle Fiandre contro i turchi, per celebrare queste vittorie sulle pareti sono rappresentati molti personaggi incatenati o vessati dai vincitori.
Nei riquadri sono riconoscibili i ritratti delle grandi figure della casa d’Austria, gli Asburgo, alcune delle quali corredate di didascalia: Carlo V, Filippo II, Filippo III, Filippo IV e il cardinale Ferdinando d’Asburgo (fratello di Filippo IV).
Tutti i personaggi ritratti indossano il collare dell'ordine cavalleresco del Toson d’oro (Ordine cavalleresco istituito a Bruges nel 1431 da Filippo il Buono duca di Borgogna con il compito di diffondere la religione cattolica).
Sulle pareti si possono distinguere una serie di attributi che rimandano al tema della guerra, come catene, tamburo, cannoni, alabarde, oppure una bandiera chinata tra prigionieri insanguinati. In particolare è rappresentata una bandiera con un fascio di frecce nella quale si leggono le lettere “TA FO” interpretato come parte del motto di famiglia “virtus unita fortior” (“nell’unità la virtù è più grande”).
Negli angolari sono dipinte in monocromo le panoplie, ovvero un complesso di varie parti di un'armatura, o di oggettistica militare disposte a trofeo con carattere decorativo, mentre nella strombatura delle finestre la rappresentazione di finti medaglioni in bronzo che contengono piccole scene mitologiche con le dodici fatiche di Ercole.
Un elemento di grande pregio presente nella sala è il grande camino in pietra arenaria con sculture in stucco. Realizzato nel 1620-1630 probabilmente dagli scultori e stuccatori Agostino e Francesco Silva, è considerato il più bello di tutti i palazzi Odescalchi della provincia di Como.
Le decorazioni rappresentano figure mitologiche di Ercole e Marte con chiaro riferimento alla forza, alla lotta e la prestigio della famiglia; Marte è raffigurato in abiti seicenteschi mentre Ercole è ritratto seminudo con gli attributi iconografici antichi: la pelle di leone e la clava. Al centro compare uno stemma bipartito che comprende l’arma degli Odescalchi e l’arma dei Turconi a ricordare il matrimonio celebrato nel 1622 tra Plinio Odescalchi e Vittoria Turconi.
Lo stile scultoreo caratterizzato da una profonda teatralità e dalla ricerca del coinvolgimento emotivo dell’osservatore, è quello tipico della scultura barocca: corpi plastici, dinamici, fortemente chiaroscurati, ed espressioni dei volti enfatizzate.
La seconda stanza che abbiamo visitato è quella detta del Mosè.
Anche in questa stanza domina un camino, realizzato in marmo Macchiavecchia di Arzo da Agostino Silvia, intorno al 1630.
Nella parte superiore si trova un ovale, dipinto dal pittore seicentesco Francesco Torchio detto Struzzo in cui vi è raffigurata una scena con Muzio Scevola e Porsenna, affiancato da due sculture in stucco raffiguranti angeli che suonano le trombe. Sempre di Francesco Torchio, sulle pareti della sala si trova un fregio con alcuni episodi della vita di Mosè diviso in riquadri da elementi architettonici.
Nella parte inferiore del camino troviamo scolpite le divinità mitologiche di Ercole e Marte ma rappresentati come fanciulli, le figure reggono le armi a due famiglie: a sinistra l’arma degli Odescalchi a destra l’arma dei Cernezzi sovrapposta allo stemma dei Turconi.
L’opera potrebbe essere ricondotta ancora alla celebrazione del matrimonio tra Plinio Odescalchi e Vittoria Turconi, e la sovrapposizione dello stemma Cernezzi si potrebbe ricollegare al successivo matrimonio fra Marco Plinio, figlio di Plinio e Laura Cernezzi.
Abbiamo concluso il giro nella sala chiamata di Adamo ed Eva dove il pubblico ha potuto ammirare numerosi affreschi con scene tratte dalla Genesi: la cacciata dal paradiso terrestre, il peccato originale, Caino e Abele; e quella detta Dei Putti, decorata con scene festose di danze e giochi di putti, atteggiati in modo vario e con linguaggio pittorico piuttosto brioso.
Per quanto riguarda il Palazzo Lambertenghi, abbiamo iniziato la visita con una breve introduzione riguardante la struttura del Palazzo e le famiglie che lo hanno abitato per poi concentrarci in modo dettagliato sull’affascinante interpretazione iconografica degli affreschi nella sala di rappresentanza, realizzata dal pittore comasco Giambattista Recchi.
Palazzo Lambertenghi fu edificato all'inizio del XVII secolo riunendo differenti unità edilizie preesistenti per volontà dell'omonima famiglia nobile comasca che lo abitò fino al Settecento, prima che subentrassero i Guaita, i Lucini-Passalacqua e, infine, i Galli di Rondinotto.
L’immobile è stato acquistato nel 1872 dai Casarico, antenati degli attuali proprietari, la famiglia D’Errico.
Il palazzo Lambertenghi è un tipico esempio di palazzo nobiliare seicentesco e conserva le caratteristiche delle residenze aristocratiche del tempo: architettura maestosa, solenne e imponente, rivestimento angolare in bugnato e grande portale in pietra con arco a tutto sesto. Il cortile porticato presenta colonne tuscaniche e archi a tutto sesto.
Della parte originaria, che comprendeva piano terra con le sale di rappresentanza, un piano nobile con gli appartamenti della famiglia, e il mezzanino dove viveva la servitù rimangono solamente, il cortile, la sala di rappresentanza e il portale.
Sfortunatamente i maggiori interventi di ristrutturazione, eseguiti nel corso del Novecento, hanno comportato la perdita quasi integrale delle decorazioni seicentesche: unica superstite quella dell'antica sala da ballo, ovvero quella che oggi — posta al pianterreno tra la corte e il giardino interno — è conosciuta come Sala Recchi, dal momento che il soffitto conserva (in condizioni quasi perfette) gli affreschi eseguiti dal noto pittore comasco Giovan Battista Recchi tra gli anni Venti e Trenta del Seicento.
Ancora oggi, la sala, viene utilizzata per attività culturali come conferenze, presentazioni di libri o concerti.
Gli affreschi sono stai restaurati circa 15 anni fa dall’attuale proprietario sig. Silvio D’Errico.
I fratelli Recchi, come abbiamo visto in Palazzo Odescalchi erano due fratelli pittori molto attivi almeno fino al 1680, nelle zone del comasco. I pittori sono conosciuti per aver decorato molti palazzi del Piemonte e della Lombardia: palazzo Reale a Torino, il castello del Valentino a Torino, e a Como Palazzo Cernezzi e molte chiese con affreschi, pittura su tela o pale d’altare.
La visita si è svolta quasi interamente all’interno della sala dove affreschi monumentali e suggestivi hanno suscitato nei visitatori stupore e ammirazione.
Si tratta di una sala rettangolare di circa sessanta metri quadrati voltata a botte, un tempo dipinta anche lungo le pareti.
L'autore Giambattista Recchi, ha ritratto sul soffitto, undici divinità del pantheon greco-romano, tre per ogni lato lungo, due per ogni lato corto e una al centro, all'interno di uno ampio "scudo" rettangolare che simula una falsa apertura balaustrata aperta su un cielo luminoso.
Fatta eccezione per Aurora, ritratta in mezzo alle nubi sul suo carro trainato da cavalli bianchi, le altre dieci divinità pagane si mostrano come statue di bronzo inserite in altrettante nicchie: una in ciascuna delle dieci lunette che contraddistinguono l'affresco.
Partendo dal lato lungo affacciato sul giardino privato — in direzione Sud — le prime divinità che incrociamo sono Diana, dea della caccia dea della luna, riconoscibile dal suo arco e dalla falce di luna sul capo, ha una fiaccola in mano.
La seconda è Marte, dio della guerra è rappresentato con i baffi in veste di soldato spagnolo a ricordare l'invasione, spagnola del tempo (l’Italia all’epoca era sotto la dominazione spagnola).
Terza divinità che completa il lato sud è Mercurio, messaggero degli dei, riconoscibile dal copricapo alato e dal caduceo che tiene in mano.
Proseguendo sull'altro lato lungo — in direzione Nord — il nostro sguardo incrocia Giove, riconoscibile dall'aquila che rappresenta Ganimede, regge una lancia, e alcune saette; la figura di Giove potrebbe richiamare “il Giorno” scolpito da Michelangelo nelle tombe medicee, nella chiesa di San Lorenzo a Firenze.
Proseguendo sempre sul lato nord troviamo Apollo coronato d'alloro e con una conchiglia (forse per alludere alla poesia lirica, al canto, all’amplificazione della voce, alla recitazione) ai suoi piedi Eros rappresentato con arco, frecce e ali, e Saturno, padre di Giove riconoscibile dall'enorme falce.
Queste sei divinità identificano rispettivamente i primi sei giorni della settimana:
- Diana, Luna (lunedì);
- Marte (martedì);
- Mercurio (mercoledì);
- Giove (giovedì);
- Apollo/Amore (venerdì in sostituzione della più diffusa Venere);
- Saturno (sabato).
La domenica è invece rintracciabile dalla stessa Aurora posta al centro dello "scudo”.
Passando ai due lati corti, quello Est, abbiamo altre quattro divinità che rappresentano i quattro elementi del pianeta terra: il fuoco, l’aria, la terra e l’acqua.
Il fuoco rappresentato da Vulcano, rappresentato in veste di fabbro con l’elmo, il maglio.
La terra rappresentata da una figura androgina con tratti femminili e maschili è Bacco/Cerere, Bacco dio del vino, Cerere in veste di agricoltore attorniata da strumenti tipici del mondo agricolo: falce, canestro con frutta e verdura, uva, zappa, rastrello.
L’acqua identificata in Venere, rappresentata nuda che cavalca un mostro marino con accanto un'anfora rovesciata.
L’aria, rappresentata da Giunone, con in mano uno strumento a fiato (la buccina) e accanto un pavone.
Le divinità sono, inoltre, associabili in questo modo:
- Bacco e Diana: terra e materia;
- Mercurio e Giunone: ali e aria;
- Venere e Giove: acqua e pioggia;
- Saturno e Vulcano: tempo e fuoco (come divoratori/distruttori).
Venere, scelta per rappresentare l'acqua, non è stata impiegata per individuare il giorno di venerdì e al suo posto il Recchi abbia inserito Apollo, la divinità greco-romana più facilmente accostabile a Gesù Cristo, morto il venerdì santo.
Infine, immaginando di osservare dai quattro angoli della sala alcuni luoghi della città di Como di allora, lo spettatore scoprirebbe in corrispondenza di:
- Bacco e Diana: la montagna di Brunate con, un tempo, le vigne dei vari conventi;
- Mercurio e Giunone: la trafficata Strada Regina vicino Sant'Abbondio;
- Venere e Giove: la Contrada del Fontanile, oggi via Volta;
- Saturno e Vulcano: il Castello della Torre Rotonda che sorgeva come zona militare fino al 1811 quando fu demolito per erigere l'attuale Teatro Sociale.
Secondo questa lettura, Apollo-Cristo, orientato verso Nord si affaccerebbe sul nostro lago e sul pesce che se ne ricava, simbolo cristiano di Gesù e identificativo del venerdì come giorno di magro in cui è concesso il consumo di pesce, ma non di carne.
Tutta decorazione del soffitto composta da oculi, nicchie, festoni, volute, anonime figure bronzee che collegano vele e pennacchi, simula un cielo aperto, rompendo la percezione dei confini murari ed esalta pienamente la poetica barocca.
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